"Navigazione a vista" - la missione navale italiana nell'ambito della strategia in Libia

Posted by Massimo Porro on 4-ago-2017 6.00.00

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Da qualche ora, dopo l’ok del parlamento, tutte le prime pagine ci informano che è “partita la missione italiana in acque territoriali libiche”. Davvero?

Una partenza in punti di piedi, in scarroccio….senza neanche un nome per la missione, così per non dare troppo nell’occhio.

In un momento storico in cui alcuni dei grandi rischi globali a medio-lungo termine, come le crisi demografiche, si intersecano in una congiuntura drammatica con crisi regionali innescate da avventurismo miope di certi statisti europei, l'Italia decide di non decidere, sceglie la strada ben conosciuta de “aspettiamo e vediamo”.

Una decisione tutto sommato saggia, visti i precedenti? O, al contrario, una combinazione di mancanza di vision geostrategica, fiducia ideologica in soluzioni in cui tutti sono d’accordo su tutto, masochistica ritrosia verso iniziative assertive dell’interesse nazionale?

Domande cui è difficile dare risposte univoche e definitive, senza cadere in semplificazioni ideologiche, già ben rappresentato nei media generalisti.

Cerchiamo invece di dare un contributo obiettivo per una valutazione strategica, considerando la situazione contingente e aspetti tecnico-tattici oggettivi.

Partiamo dai fatti

Martedì 1° Agosto i Ministri Pinotti e Alfano relazionano le Commissioni Difesa e Esteri circa la costituenda missione in supporto alla Guardia costiera libica. Ecco il passaggio:

Considerata la necessità di utilizzare gli assetti del dispositivo aeronavale nazionale per rispondere alla richiesta del Consiglio Presidenziale / Governo di Accordo Nazionale libico di fornire supporto alla Guardia costiera libica per le attività di controllo e contrasto dell’immigrazione illegale e del traffico di esseri umani

 

Una nuova missione, nella forma e nella sostanza o un semplice aggiustamento della latitudine operativa di Mare Sicuro? Al momento, né l’una né l’altra cosa.

Intanto, ancora non è partita nessuna missione, per il semplice fatto che gli addetti ai lavori, cioè la Marina Militare, è ancora nella fase di definizione della missione stessa, da cui derivare ordini e direttive. Nave Borsini è sì in territorio libico, ma con il solo compito di portare un team di “negoziatori” a Tripoli, per prendere contatti e proporre agli emissari di Sarraj e alla Guardia Costiera libica su cosa e come coordinarsi. Quando riportato da molti media sono pertanto elaborazioni fantasiose.

Quindi, a scanso di equivoci, non esiste al momento alcuna ipotesi di ingresso di UU.NN. italiane in acque territoriali libiche. Cosa ribadita anche dal ministro Pinotti. E dopo? Dopo si vedrà.

Tra l’altro, non si tratta affatto di una nuova missione, ma un riaffermare quanto già previsto giuridicamente, magari non pienamente messo in essere:

“(Base giuridica di riferimento) – la missione si inquadra nell’ambito delle attività di supporto al Governo di Accordo nazionale libico ed entro un quadro coerente con le risoluzioni UNSCR 2259 (2015) e 2312 (2016); – richiesta del Consiglio presidenziale / Governo di Accordo Nazionale con la lettera del Presidente Serraj del 23 luglio 2017; – scheda 36 allegata alla deliberazione del Consiglio dei Ministri del 14 gennaio 2017, in ordine alla partecipazione dell’Italia alle missioni internazionali per l’anno 2017; – risoluzioni approvate dalla Camera dei deputati (n. 6-00290 e n. 6-00292) e dal Senato della Repubblica (Doc. XXIV, n. 71) in data 8 marzo 2017 che autorizzano la partecipazione alle missioni e le attività previste nella predetta deliberazione”

 

Quali sono queste attività? Le risoluzione le esplicita chiaramente:

Fornire supporto alle forze di sicurezza libiche per le attività di controllo e contrasto dell’immigrazione illegale e del traffico di esseri umani mediante un dispositivo aeronavale e integrato da capacità ISR (Intelligence, Surveillance, Reconaissance). In particolare, la missione ha i seguenti compiti, che si aggiungono a quelli già svolti dal dispositivo aeronavale nazionale apprestato per la sorveglianza e la sicurezza nell’area del Mediterraneo centrale:

  • Protezione e difesa dei mezzi del Consiglio presidenziale / Governo di accordo nazionale libico (GNA) che operano per il controllo/contrasto dell’immigrazione illegale, distaccando, una o più unità assegnate al dispositivo per operare nelle acque territoriali e interne della Libia controllate dal Consiglio presidenziale / Governo di Accordo Nazionale (GNA) in supporto a unità navali libiche;
  • Ricognizione in territorio libico per la determinazione delle attività di supporto da svolgere;
  • Attività di collegamento e consulenza a favore della Marina e Guardia Costiera libica;
  • Collaborazione per la costituzione di un centro operativo marittimo in territorio libico per la sorveglianza, la cooperazione marittima e il coordinamento delle attività congiunte.
  • ……ripristino dell’efficienza degli assetti terrestri, navali e aerei, comprese le relative infrastrutture, funzionali al supporto per il contrasto dell’immigrazione illegale.

Traduzione: andiamo a fare quello che teoricamente già dovremmo fare, forse in attesa di sapere se ci saranno le condizioni, a terra, per fare qualcosina in più.

 Sembra quindi che, per ora, la preoccupazione del governo sia quella di muoversi in maniera molto felpata in un quadro giuridico ben delimitato, senza sorprese prima e soprattutto missione durante.

La parte giuridica è l'unica cosa definita della missione. La strategia, la tattica, l’implementazione operativa, tutto, volutamente, nebuloso.

Quale missione?

Consideriamo infatti la presunta l’attività in mare, ovvero il coordinamento (e forse il controllo) della Guardia Costiera libica, cui, secondo il piano del governo, è devoluto il compito di fare il “lavoro sporco”: intercettare e riportare in Libia i gommoni carichi di migranti, magari arrestando scafisti e trafficanti.

Detta così sembra una buona cosa. Peccato che tra il dire e il fare, mai come in questo caso, c’è di mezzo il mare. Infatti:

  1. Le motovedette libiche, ex-GdF, sono 4 (quattro!), i kmq da pattugliare alcune migliaia;
  2. Il controllo della costa non c'è, o meglio è esercitato da fazioni e tribù fuori controllo;
  3. Le motovedette libiche, una volta allertate da noi, dovrebbero partire dal porto di sede e raggiungere la zona indicata. In mare e distanze contano e le velocità anche: le motovedette libiche non hanno capacità di tele-trasporto;
  4. Ammesso e non concesso che siano tutte operative (la manutenzione o gliela facciamo noi, o non la fa nessuno), possono fare, massimo, un intervento SAR al giorno ciascuna. Statisticamente ci sono anche 10-12 eventi SAR (= gommoni con migranti alla deriva) contemporaneamente.

 

E’ evidente che la Guardia Costiera libica non rappresenta assolutamente un dispositivo impermeabile e che gli scafisti satureranno facilmente la prima “linea di difesa”. Per cui, che le nostre navi, al limite delle acque territoriali, avranno a che fare con i gommoni, così come ora. E una volta “salvati” i migranti in pericolo, dove li porteranno?

Ma supponiamo solo di limitarci a compiti di sorveglianza, raccolta informazione e coordinamento. Con quali poteri? O meglio, con quali regole? Se intercettiamo una nave ONG che abbiamo “tracciato” aver avuto relazioni losche con i trafficanti che facciamo? Gli intimiamo di fermarsi per un’ispezione? Se rifiuta inviamo un boarding team del GOI? (tra l'altro tecnicamente impossibile senza insostenibile collateral damage)

Ecco che nella relazione dei ministri Pinotti e Alfano manca il discriminante chiave: le Regole d’Ingaggio, che ci diranno veramente fin dove vorremo (o potremo) spingerci.

Certo, il Ministro Pinotti ha detto “Se attaccati, risponderemo…..”. Una dichiarazione tanto banale quanto ovvia. Stupefacente in bocca a un Ministro della Difesa.

Nello specifico è chiaro che le dichiarazioni di Haftar a Al-Arabiya sono più pro-domo sua che verso di noi. Realisticamente, la capacità offensiva di Haftar in mare e per aria contro di noi non è significativa, e lui so sa.

Ma, supponiamo che, un “bel giorno”, un pilota libico aspirante suicida prenda il suo Mig-23 arrugginito e attraversi la linea di costa con rotta a puntare su una nave della Marina: 12 miglia a 350-400 nodi si coprono in meno di 2 minuti. I radar di scoperta aerea delle nostre navi lo intercettano facilmente e lo “passano” ai radar del controllo tiro (difesa aerea). A questo punto cosa fa il Comandante di quella nave, oltre a contattare il pilota sulla frequenza di guardia? Chiama la Pinotti, il Gen. Graziano e chiede istruzioni? Aspetta e spera che il pilota libico si limiti ad un sorvolo intimidatorio, ma inoffensivo? La realtà è che spesso non c’è tempo di vedere come andrà a finire, sperando che non succeda nulla. Bisogna avere indicazioni chiare ed inequivocabili, PRIMA!

Sig. Ministro – mi perdoni, ma il termine “ministra” lo rifiuto – Lei dirà che sono “dettagli” che non interessano alla gente. Premesso che qui i “dettagli” per ora non esistono, mai come in questa situazione sono i “dettagli” che fanno la differenza, così come una comunicazione efficace. Per cui, quando personaggi come il generale Haftar fanno i gradassi, gli si dice che non gli conviene, sia in maniera riservata che in maniera pubblica.

Invece, il governo Gentiloni si è affrettato a rassicurare che la missione italiana non ha alcuna intenzione ostile: un’altra dichiarazione superflua nella sua banalità, che però ha ottenuto il risultato di dare valenza e legittimità alle tronfie esternazioni di Haftar.

Quale strategia?

Passiamo ora dall’orizzonte tattico allo scenario strategico. Qual è l’obiettivo strategico che si vuole ottenere? La risposta è facile, l’obiettivo strategico del governo è quello di arginare, idealmente interrompere il flusso dei migranti, sicuramente più per ragioni di affari interni che di politica estera.

Ora, per studiare come arginare il flusso dei migranti bisogna partire dal fatto che la stragrande maggioranza e di provenienza subsahariana. Per cui, intervenire una volta che i barconi sono in mare è una strategia inefficace e insostenibile. Bisogna intervenire impedendo le partenze, sia dalle coste libiche, sia, ancor meglio, dai paesi d’origine.

Onestamente bisogna dar credito al governo di un abbozzo di iniziativa in tal senso, tramite la sconosciuta missione denominata “Deserto Rosso”, in cui 500 nostri militari dovrebbero addestrare forze nigerine e libiche, che il governo, nel silenzio generale, si appresta a inviare in Niger, la porta da cui arriva la “merce” per i trafficanti che spadroneggiano in Libia e nelle acque prospicienti. Per inciso, le tempistiche sono tutt’altro che definite.

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“Dum Romae consulitur, Saguntum expugnatur”

Inevitabilmente ogni iniziativa strategica ha anche risvolti geopolitici, disturba equilibri e interessi. Interessi della Francia, per ragioni storiche, geopolitiche ed economiche.

E' lo stesso Servizio Affari Internazionali del Senato a segnalarlo al Parlamento:

L'iniziativa francese del presidente Macron di invitare il 25 luglio a Parigi Al-Sarraj e Haftar è stata percepita dai commentatori come un rischio di marginalizzazione dell'Italia, che è stata informata del vertice, ad inviti già partiti, dal GNA di Tripoli. L'iniziativa sarebbe stata condivisa solo con il Regno Unito. Al vertice è stato invitato il nuovo Rappresentante ONU anche se UNSMIL non ha partecipato alla preparazione dell'incontro.

Eccolo qua, il vero problema italiano: Macron. Osannato come salvatore dell’Europa contro i populismi dilaganti, ora nostro competitor, che ci lascia i migranti e si prende il petrolio libico.

Macron ha architettato l’incontro del 25 Luglio tra Sarraj e Haftar non per encomiabile anelito di pacificazione di una Libia martoriata da anni di guerra civile, né per scongiurare l’attecchire di metastasi dell’ISIS, ormai sconfitto in Iraq e Siria. Obiettivo di Macron è quello di far digerire a Haftar il progetto di elezioni politiche unitarie, volute da Sarraj, da tenersi nella seconda metà del 2018; in contropartita, Haftar viene sdoganato e posto sullo stesso piano di Sarraj, finora l’unico riconosciuto dall’ONU.

Il successo dell’accordo consacrerebbe Macron in un ruolo dominante ed egemone.

Il sospetto, legittimo, è che la nuova strategia politica francese, miri a ostacolare la missione "Deserto Rosso". Altra missione e altri costi, dai risultati incerti, ma la cui area di operazioni si scontra con gli interessi francesi nell’area subsahariana. Parimenti, il silenzio francese circa la costituenda missione navale italiana è indicativo di scarso gradimento.

Nel frattempo, sul terreno, in Libia, regna la confusione.

Mentre le dichiarazioni del nostro governo sono tutte costruite intorno al mantra del rispetto ossequioso della sovranità libica, la Libia è un paese diviso, con due sedicenti Governi antagonisti e una miriade di bulli di quartiere.

Mentre la Marina Militare Italiana è impegnata ad ingaggiare gli scafisti (o qualcosa del genere), a terra succede di tutto, indipendentemente da Sarraj, che non controlla neppure il giardino di casa sua.

Il deserto è aperto a tutti, basta pagare. Il business, per i trafficanti di uomini, va a gonfie vele.

Al contribuente italiano questo disastro geopolitico costa quasi cinque miliardi di euro all'anno. E questi sono i soli costi diretti, poi ce ne sono probabilmente altrettanti di indiretti e nascosti: in primis le spese per i turni di servizio del personale, le manutenzioni straordinarie ai mezzi, sottoposti ad un rateo di impiego diverso da quello previsto dal punto di progetto della vita utile.

Che Fare?

A nostra parere la strategia italiana è intrinsecamente debole, perché manca della credibilità che deriva dalla deterrenza.

E’ una strategia timida perché unidimensionale, basata su una serie di “pezze” scoordinate, stando ben attenti a non esporci con la nostra bandiera, ma sempre al riparo di quella ONU. Quando Haftar parla, a sproposito, gli chiediamo scusa, nonostante quasi giornalmente voli militari italiani trasportino i feriti delle sue milizie al Celio per essere curati.

Fare i buoni, i troppo buoni, i “politicamente corretti”, anche a costo di sacrificare l’interesse nazionale, purtroppo non funziona in un mondo di squali, perché gli squali non sono riconoscenti. Vogliamo avere giustamente un ruolo nella Libia di domani, se non altro per salvaguardare interessi economici. Ma ci siamo dimenticati di Haftar. Non abbiamo appeal su Haftar che è uomo di Al-Sisi, cui abbiamo rotto le scatole, pubblicamente, sulla vicenda Regeni. Mentre noi rompevamo le scatole a Al-Sisi, la Francia gli svendeva armi, che poi passavano a Haftar.

Ora, per recuperare anni di miope pavidità politica, anni di salvamenti in mare, e un pessimo lavoro diplomatico con l'Europa, l'Italia decide di far partire una sua missione. La domanda è: saremo ancora in tempo a ritagliarci un ruolo da protagonisti nel nostro giardino di casa o ormai è troppo tardi? La strategia non può essere quella dei piccoli passi, in attesa che qualcosa o qualcuno ci tolga le castagne dal fuoco. Bisogna essere assertivi, credibili e comunicare efficacemente.

Se la vera ragione del nostro repentino risveglio militare è innescata dalla Francia con la sua strategia geopolitica di supremazia nel Mediterraneo e nel nord Africa, e con lo scontro commerciale culminato con lo stop al controllo di Fincantieri su STX, allora non basterà' restare in sospeso e far galleggiare la flotta in attesa di qualcosa, sperando che nessuno ci speroni.

Una strategia basata su “Io, speriamo che me la cavo” e solo foriera di disgrazie.

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